Ritrovamento

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Non si tratta, come spesso accaduto, della mummificazione volontaria di un gruppo sociale (monaci, beati, membri di famiglie illustri), ma della conservazione naturale di parte della comunità sepolta tra la seconda metà del ‘500 e il ‘700.

La scoperta è avvenuta nei locali dell’antica roccaforte medievale di Obizzo da Montegarullo uno dei più potenti signori del Frignano, che si ribellò alla fine del XIV secolo al dominio agli Estensi, successivamente divenuta chiesa e cripta della Comunità.

La Chiesa della Conversione di San Paolo Apostolo, a Roccapelago, è uno degli edifici più importanti per il territorio dell’Alto Frignano modenese .

Sul finire del Cinquecento, quando ormai il complesso militare era in disuso, una parte della Rocca fu riadattata per realizzare una chiesa parrocchiale, che con il tempo fu modificata e ampliata.

Ritrovamento
A partire dal 2008, il complesso ecclesiastico è stato oggetto di un importante restauro architettonico, resosi necessario per consolidare le strutture murarie, il tetto e la pavimentazione interna.

L’indagine archeologica è stata condotta sul campo dall’archeologa Barbara Vernia, sotto la direzione scientifica degli archeologi Donato Labate e Luca Mercuri della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna. La prima campagna di scavo nasce contestualmente ai lavori di consolidamento e termina nel novembre del 2009. Solo dopo la messa in sicurezza dell’ambiente voltato, poi cripta, ebbe inizio lo scavo, era il 10 dicembre 2010.

Lo scavo è stato condotto inizialmente a mezzo meccanico e successivamente a mano. Via via che veniva liberato l’ambiente dal riempimento, le aperture sul muro ad est, aprivano sul locale sotterraneo un panorama mozzafiato .

Durante la campagna precedente era già stata individuata nell’angolo sud-est dell’ambiente voltato una tomba denominata 5 , ma nessuno pensava che sotto al massiccio riempimento ci sarebbe stata una così numerosa presenza di corpi, molti dei quali mummificati naturalmente. Oltre ai resti umani, di notevole interesse, il rinvenimento della porta chiusa sulla parete nord , e della scala nell’angolo di nord ovest, che stabiliva il rapporto di questo ambiente con la Chiesa soprastante. Attraverso lo scavo di questa ambiente è stato possibile anche riconoscere il limite dell’antica torre, il cui perimetro coincideva sui lati nord, est e sud con i muri della cripta . Dalla parete est all’esterno, è possibile ancora oggi riconoscere l’antica struttura e le piccole feritoie appartenenti alla cripta .

Il potente strato dei corpi adesi l’uno sull’altro , presentava alcuni aspetti interessanti: le prime deposizioni erano state fatte sfruttando le asperità della roccia affiorante, e probabilmente in questa fase i corpi erano stati coperti da una matrice argillosa, per cui si sono malamente conservati elementi accessori del corpo, rarissimi gli indumenti e i sacchi a guisa di sudario. La deposizione cambia e i defunti posti sopra ai precedenti,vengono sepolti senza copertura di terra .

È per questa modalità deposizionale insieme al microclima interno della camera sepolcrale, favorito dalle due aperture ad est, che è stato possibile per molti corpi il mantenimento di alcuni tessuti e strutture legamentose e tendinee, così come di elementi dell’abbigliamento o dei sacchi che venivano cuciti addosso a mo’di sudario .

Durante lo scavo della piramide dei corpi e delle deposizioni ad essa precedenti è stato chiaro che le sepolture erano avvenute in sequenza diacronica e protratta nel tempo, per cui si escludeva l’ipotesi di un’epidemia o di morti legate a eventi bellici. Inoltre la cura nella preparazione dei propri cari per l’ultimo viaggio, e la presenza di individui ad età alla morte così diversa, dagli infanti agli adulti senili, sia femmine che maschi, aggiungeva elementi alla validità che si trattasse di parte della comunità che viveva nei secoli XVI- XVIII a Roccapelago e che nella cripta ha trovato per ben due secoli, ultimo ricovero.
La natura dei resti umani e i numerosi reperti recuperati, ha fatto si che questa scoperta toccasse ambiti di studio diversi e che la ricerca intorno alle Mummie diventasse multidisciplinare.

La Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna ha trovato accoglienza per tutti i resti nel Laboratorio di Antropologia del Dipartimento di Storia e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali – Università di Bologna (sede di Ravenna) diretto dal Prof. Gruppioni, che da subito ha compreso l’importanza della scoperta.

Nella primavera del 2011 contestualmente alla fine degli scavi tutti i resti recuperati e le mummie stati trasportati presso il Laboratorio di Antropologia di Ravenna, grazie alla generosa disponibilità dell’agenzia funebre Gianni Gibellini di Modena che con grande liberalità ha messo a disposizione il personale e cinque automezzi. I reperti sono stati invece trasferiti presso il Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena nella prospettiva d’intervenire con i restauri e per definire il progetto di valorizzazione degli stessi.

Dalla presenza durante lo scavo di archeologi e antropologi, la successiva collaborazione per la ricerca si è ampliata a entomologi, botanici, zoologi, biologi, archeologi e storici del tessuto, restauratori e storici.

Si sono dunque aperte straordinarie possibilità di studio per studiosi e scienziati che si sono mossi anche da fuori Italia con l’obbiettivo di ricostruire la vita: attività, cause di morte, stato di salute, alimentazione, tipo di lavoro, rapporti di parentela, caratteristiche genetiche, ma anche religiosità e devozione di un’intera comunità tra il XVI e l’XVIII secolo.

Lo scavo ha restituito numerosi oggetti, quali medagliette, crocifissi, rosari e una quantità davvero considerevole di tessuti, pizzi e cuffie relativi all’abbigliamento e ai sudari che avvolgevano i defunti. Buona parte di questi oggetti, quelli che sono stati considerati altamente significativi hanno trovato nelle estate precedenti la possibilità di essere esposte in mostre temporanee.

Quest’anno a partire dalla fine primavera 2015 numerosi reperti avranno uno spazio importante nelle contenute sale del Museo delle Mummie a Roccapelago, la cripta mostra 12 delle mummie recuperate, e la sepoltura della donna sul cui grembo accoglieva frammenti di stoffa probabili resti di vesti di piccoli infanti.

i soggetti:
*La Fondazione cassa di risparmio di Modena ha finanziato le indagini archeologiche, che sono state condotte sul campo da Barbara Vernia, coadiuvata dagli antropologi Vania Milani e Mirko Taversari, sotto la direzione scientifica di Donato Labate e Luca Mercuri della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna.

**Laboratorio di Antropologia di Ravenna diretto da Giorgio Gruppioni del Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali – Università degli Studi di Bologna. L’agenzia funebre Gianni Gibellini di Modena con grande liberalità ha messo a disposizione il personale e cinque automezzi. I reperti sono stati invece trasferiti presso il Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena nella prospettiva d’intervenire con i restauri e per definire il progetto di valorizzazione degli stessi.

***la Soprintendenza per i Beni Archeologici ha ottenuto la collaborazione dei Musei Civici di Modena, dove sono conservate raccolte di questi materiali, dell’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, che ha promosso in questi anni lo studio e la valorizzazione delle raccolte storiche dei tessuti, della Fondazione Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale di Torino per il loro restauro.
***Importante il contributo della studiosa del tessuto antico Thessy Schoenholzer Nichols e del laboratorio di Albinea-Reggio Emilia Restuaro Tessile.

****La scelta progettuale per l’allestimento e la musealizzazione delle Mummie è stata effettuata dai funzionari della Soprintendenza, coadiuvati dalla consulenza degli antropologi del Laboratorio di Antropologia del Dipartimento di Storia e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali, Università di Bologna, Polo Scientifico Didattico di Ravenna, ed ha permesso di sviluppare un impianto espositivo forse unico in Italia per quanto riguarda l’allestimento di mostre antropologiche.