Relazione sui tessuti

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Il lavoro su i tessuti recuperati insieme alle mummie di Roccapelago riguardava più professionalità nel settore del tessile, dell’archeologia alla storia dei tessuti antichi. Le 62 mummie portate presso il Laboratorio di Antropologia di Ravenna, alcune con abiti ancora ben conservati, altre con frammenti erano state riposte in sacchi di tessuto non tessuto e appoggiate su lettighe in polistirene. Questa soluzione di emergenza, che gli archeoantropologi hanno pensato e che ha visto riadattare materiali inusuali utilizzati in edilizia, è stata preziosa per recuperare gli abiti e i frammenti di tessuto che ancora stavano addosso ai corpi delle mummie.

La specificità di trattamento che questo ritrovamento ha richiesto ha stimolato ad una collaborazione che ha visto convergere verso nuove prassi di studio le espertte e restauratrici del tessuto antico insieme alle storiche del tessuto antico.

Cosi afferma la Dott.ssa Thessy Schoenholzer Nichols “….la multidisciplinarietà ha dato a tutti i partecipanti l’opportunità di imparare altre realtà, il che ha di nuovo suggerito altre soluzioni alla ricerca….[cit. ]” .

Durante la collaborazione le esperte hanno affrontato il problema di raccogliere informazioni immediate su una grande quantità di indumenti di sepoltura. Per la maggior parte delle mummie la situazione post scavo conservava, ed è stato importante che fosse così, le condizioni in cui i corpi sono stati trovati in cripta. La maggior parte di loro erano sporchi di terra e mal messi. Nessuno li aveva spolverati o maneggiati, per cui la posizione anatomica rispettava quella assunta durante la decomposizione e gli indumenti più o meno completi erano rimasti fedeli a quella cura che i parenti del defunto avevano osservato nel vestirli.

La prima documentazione doveva essere immediata, per cui è stata fatta una carrellata di fotografie sia dell’insieme che del particolare, per trarre le prime conclusioni. Importante era individuare la completezza del o degli indumenti, o la frammentarietà degli stessi.

È stato riscontrato da questa prima analisi che si poteva confermare una modalità di inumazione comune in cui era presente la camicia, che vestiva il corpo del defunto e il sudario o abito di sepoltura che ricopriva e racchiudeva la salma.

La decisione condivisa con antropologi e gli altri studiosi insieme alla Soprintendenza di non svestire alcune delle mummie per la particolarità della postura o per la possibilità di lettura della pratica di sepoltura ha predisposto un intervento di depolvera tura dei tessuti nel laboratorio di Ravenna.

Diversamente i tessili prelevati dai corpi hanno seguito una ulteriore documentazione fotografica che ha, questa volta, documentato e ricercato nel particolare tutti quegli elementi che potevano datare e raccogliere le conoscenze e le esperienze che le donne di Roccapelago avevano: ricami merletti, orli cuciture, colli, polsini, calze. In molti casi l’oggetto era così fragile che non è stato possibile ispezionarlo interno e esterno, in questo caso è stata la sola osservazione diretta con l’ausilio di immagini ad alta risoluzione, a volte anche fotografie fatte con microscopi per ispezionare la fibra, a determinare le informazioni necessarie per comprendere tecnica e funzione.

Questa prima estrazione di dati ha permesso alle esperte di decidere quali fossero gli indumenti o i frammenti tessili da studiare per primi e quali avrebbero poi subito un successivo restauro.

Un altro aspetto che è stato considerato in itinere alla prima fase di documentazione ha riguardato la ricorrenza di tipologie nelle vesti che ha condotto una scelta dell’abbigliamento che fosse esemplificativo degli abitanti di Roccapelago: una parte di camicia che comprendeva lo scollo, una manica con polsini, un abito di bambino e due cuffie. Su i capi scelti si è cercato di tradurne il massimo delle informazioni perché potessero essere esposti in Museo.

Molte sono state però le scoperte che gli indumenti delle mummie hanno restituito. I corpi che facevano parte della piramide sono stati gli ultimi ad essere deposti nella cripta, la quale ha continuato ad essere utilizzata come cimitero coperto fino alla seconda metà del XVIII. L’attenta osservazione e analisi degli indumenti ha rilevato particolari interessanti. Le camicie presenti quasi su tutte le mummie recuperate erano sicuramente l’abito base per la sepoltura. In alcuni casi altri indumenti vestivano il defunto. Se gli abiti più esterni confermano il periodo storico della morte alla fine del settecento, la camicia intima apparteneva a due secoli prima.

L’analisi in questo caso ha introdotto un dato importante dal punto di vista antropologico, perché parla di come gli abiti si passassero di generazione in generazione d ancor di più come si mantenessero. Al riguardo in molti casi è stato notato dalla Dott.ssa Thessy Schoenholzer Nichols e dalle colleghe di Albinea un eccellente lavorazione, e l’utilizzo di un tessuto a fibre vegetali forti. L’arte di alcuni ricami l’utilizzo di tecniche che difficilmente si ritrovano in territori così isolati apre una finestra sulle capacità lavorative di queste donne nel passato e anche dell’attenzione che avevano verso ed oltre il piccolo borgo dove vivevano.

La grande quantità di reperti tessili rinvenuti a Roccapelago, rappresenta comunque un materiale di studio importante e unico, non solo per l’aspetto merceologico e tessile, ma anche per il punto di vista storico-sociale e antropologico.

Vania Milani