La Chiesa

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Anticamente la chiesa di Roccapelago era situata al di fuori delle mura del castello. Si trattava di una cappella di modeste dimensioni dedicata a San Paolo Apostolo, situata a poche decine di metri dalla rocca in una località detta appunto San Polo. Roccapelago, prima gravitante nel nucleo ecclesiastico di Pievepelago, venne menzionato per la prima volta come parrocchia nel 1552, in occasione della visita del vescovo di Modena, Monsignor Egidio Foscherari, al centro montano. Fu in quell’occasione che il parroco di Rocca e i parrocchiani (600 persone) espressero il desiderio di avere una chiesa più ampia, in sostituzione della piccola cappella angusta e stretta che sorgeva fuori il fortilizio. Il vescovo non poté che sposare la causa.

La soluzione migliore per ospitare una chiesa più ampia e funzionale fu individuata fin da subito nel castello. La rocca era, infatti, ormai da tempo abbandonata e non più utilizzata per fini militari. I lavori per realizzare la nuova chiesa iniziarono nel 1585, e fu scelto di convertire a luogo religioso quella che molto verosimilmente fu la sala maggiore del castello, testimone al tempo dei Montegarullo di manifestazioni e feste di corte. Inizialmente la chiesa fu orientata in direzione ovest-est secondo la conformazione della stessa sala castellana originale; l’altare fu sistemato a est, opposto all’ingresso situato nella parete a ovest. La chiesa fu ben presto ampliata: la parete a nord fu spostata di un paio di metri. Con l’allargamento della struttura, fu cambiato anche l’orientamento della chiesa, che lasciò l’asse ovest-est per seguire la direzione nord-sud, la stessa mantenuta poi sino a oggi. L’edificio, così ampliato, misura 17 metri di lunghezza e 10 metri di larghezza, conservando comunque l’aspetto di un magnifico salone di corte, senza archi né colonne.

Numerose opere d’arte ornano la Chiesa parrocchiale della Conversione di San Paolo Apostolo di Roccapelago.

Il tabernacolo dell’altare maggiore in legno dorato in stile barocco fu fatto costruire dal parroco don Stefani nel 1603. A destra e a sinistra dell’altare maggiore si trovano due tele attribuite alla scuola bolognese di Guido Reni, acquistate dallo stesso parroco a Bologna negli anni Venti del Seicento. La tela a destra dell’altare raffigura San Francesco d’Assisi con Sant’Antonio Abate e San Giovanni Evangelista ai suoi lati, sovrastati dalla Gloria della Trinità. La tela a sinistra dell’altare maggiore raffigura il Rosario: la Madonna con il Bambino e San Giuseppe in alto sopra una nube consegnano la corona del Rosario a San Domenico, dipinto al fianco di Santa Caterina da Siena. A cornice della scena sono raffigurati i quindici misteri.
Sulla parete sinistra della chiesa una tela del 1607, attribuita alla scuola del pittore fiammingo Dionigi Calvaert, raffigura San Rocco e San Pellegrino. Una seconda tela della seconda metà del Seicento, posta nella stessa parete, sopra l’altare di Sant’Antonio da Padova, raffigura il Santo con la Madonna, San Lorenzo e San Carlo Borromeo.
La parete destra della chiesa ospita, invece, l’altare della Madonna del Carmine datato 1651, che racchiude una tela di scuola bolognese. Accanto si trova l’altare della Madonna della Neve, con un dipinto opera di un manierista provinciale del XVI secolo.

Opera di notevole pregio, recentemente restaurata, è poi l’organo con sette registri risalente al 1722, opera del Traeri.

Il campanile fu eretto a spese del pubblico sfruttando probabilmente una delle antiche torri medievali. È dotato di quattro campane, una delle quali conserva una storia quasi millenaria: i suoi rintocchi ritmavano già la vita del castello in epoca medievale. Danneggiata in parte, la campana fu rifusa nel 1732 con l’aggiunta di 22 pesi di bronzo.

Un importante intervento di ristrutturazione della chiesa fu eseguito nel 1868, quando l’allora parroco don Paolo Coppi riempì le stanze sottostanti di terra per abbassare il pavimento e allargare il locale sacro, sistemandovi lastre d’ardesia. Un nuovo intervento fu eseguito nel 1925, in seguito a un violento terremoto con epicentro in Garfagnana che il 7 settembre 1920 danneggiò parte della struttura. L’antico soffitto ligneo di abete intarsiato, ornato di cinque bassorilievi raffiguranti San Paolo e quattro angeli, fu sostituito con nuove travi, più semplici ma più sicure; inoltre, il muro a nord-ovest fu ricostruito quasi interamente, le antiche finestre rettangolari presenti lungo le pareti longitudinali dell’edificio furono sostituite con finestre dalla forma rotonda e furono apportate migliorie anche al coro e alla tribuna dell’organo.