Processo di mummificazione

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Un corpo è sottoposto a un processo di mummificazione quando i suoi tessuti subiscono una rapida disidratazione che blocca la progressiva decomposizione del cadavere, conservando, parzialmente o totalmente, l’aspetto originario e i tratti somatici della persona.

La mummificazione può avvenire in modo naturale o essere indotta artificialmente.

Le mummie di Roccapelago hanno subito un processo di mummificazione assolutamente naturale, favorito dal particolare microclima secco e ventilato presente nell’ambiente sottostante la chiesa adibito a cripta cimiteriale, dove furono inumati i corpi. La presenza di fessure nella parete esterna della cripta (si tratta delle antiche feritoie ricavate in epoca medievale in quello che doveva essere un corridoio di avvistamento, uno degli spazi che facevano parte dell’antico fortilizio) ha favorito a sua volta il ricircolo di aria che ha contribuito a mantenere secco e areato l’ambiente. Le condizioni favorevoli della cripta che ha ospitato per secoli i corpi, hanno, quindi, consentito la veloce evaporazione dei liquidi organici dai cadaveri, prosciugandoli in breve tempo e proteggendoli dalla putrefazione. Venendo a mancare le condizioni microclimatiche, in primis l’umidità, necessarie per consentire la naturale decomposizione dei corpi attraverso la proliferazione di microrganismi e fermenti, i cadaveri non hanno, quindi, subito i consueti processi putrefattivi. Grazie alla disidratazione dei corpi, i tessuti, a cominciare dalla pelle, hanno aderito alle ossa, assumendo una consistenza legnosa, riuscendo a conservarsi potenzialmente per l’eternità.

Il processo di mummificazione naturale, oltre a essere favorito da determinate condizioni climatiche e ambientali (solitamente ambienti ventilati, asciutti, privi di umidità e caldi, oppure terreni porosi, calcarei o salini), può avvenire anche grazie al contributo determinante di particolari microrganismi, muffe o insetti.
Tra le celebri mummie ottenute mediante processi spontanei e naturali ricordiamo le mummie dei cappuccini di Palermo e quelle dei monaci di Tolosa, oltre a quelle di Roccapelago.

Caso diverso è il processo di mummificazione artificiale, ottenuto sottoponendo il corpo a precisi trattamenti chimici. Si parla in questo caso di imbalsamazione del cadavere, mediante la quale il corpo viene ridotto a una mummia. Si ottiene attraverso processi di disidratazione del cadavere e di trasformazione dei tessuti organici in condizioni ambientali particolari. Il corpo viene, quindi, “salvato” dalla naturale decomposizione, e può conservarsi nel tempo. Tra le civiltà dedite a questa pratica si trovano, come noto, gli Antichi Egizi, abili e perfetti imbalsamatori, che impiegavano nel processo di imbalsamazione sostanze balsamiche. Si ha notizia anche di popoli primitivi che adottavano determinati processi, come l’affumicazione o il disseccamento, per conservare intatti i propri defunti.

Vania Milani

I tessuti delle mummie e il loro livello qualitativo. 

Prof. Ezio Fulcheri- Anatomia Patologica, Dipartimento di Scienze Chirurgiche e Diagnostiche Integrate, Università degli Studi di Genova – Cattedra UNESCO “Antropologia della salute- biosfera e sistemi di cura”. Università degli Studi di Genova-

La definizione dello stato di conservazione e le caratteristiche dei tessuti permette infatti di definire quale sia il possibile livello qualitativo con cui si possano svolgere le indagini di paleopatologia sui tessuti stessi.

In una prima fase di studio sono stati effettuati 29 campionature sulle 12 mummie attualmente ricollocate in situ (musealizzate nella cripta) al termine di un’ analisi morfologica completa. Tutte le campionature sono state effettuate in aree esposte con preesistenti fratture dei tessuti. Per ogni mummia si è cercato di effettuare almeno un campione superficiale ed uno profondo;  ogni prelievo non superava le dimensioni di cm 1 di asse maggiore. Tutti i prelievi sono stati corredati di una documentazione fotografica depositata poi tra il materiale di archivio del Museo.

1) Con questa indagine preliminare è stata dimostrato trattarsi di una mummificazione naturale ottenuta grazie ad un ambiente ampio e ventilato attraverso le due feritoie presenti sulla facciata est della cripta. Inoltre è stato possibile affermare che la mummificazione sia avvenuta con una velocità media in quanto instauratasi all’inizio della putrefazione peraltro non evitata negli organi splancnici, meno resistenti, e nei tessuti ad essi contigui.

2) La cute è risultata sempre assente nello strato epidermico e dermico superficiale; meglio conservato il derma profondo ed il derma anche se compattato ad opera delle lipasi che hanno determinato la lisi degli adipociti ed il conseguente crollo dei retinacoli. Solo a tratti residuano, seppure alterate, lobature di tessuto adiposo.

La lettura dei preparati effettuati su prelievi profondi ha evidenziato che si sono conservati quasi esclusivamente i tessuti più resistenti quali la cartilagine, il muscolo scheletrico, il tessuto adiposo, le strutture vascolari ed i connettivi.

Con ovvie varianti da caso a caso si ritiene comunque che i tessuti possano rappresentare una fonte notevole di materiale utile per lo studio antropologico, biologico, microbiologico e zoologico ma, e più segnatamente per quanto è di nostro interesse, per uno studio paleo patologico.

3) E’ stato anche dimostrato che le mummie subirono danneggiamenti nel corso degli anni dovuti a sovra infestazione da larve ed insetti oltre che alla deposizione multipla dei corpi in tempi diversi. Sono state infatti ritrovate parti di strutture anatomiche di insetti o pupe, con estrema dovizia in alcune parti anatomiche esposte. Il reperto è sicuramente meritevole di uno studio più approfondito per la determinazione delle specie infestanti e la collocazione di esse in rapporto al territorio ed alla stagionalità.